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L'economia mondiale è a rischio stagnazione

L’economia mondiale è «a rischio stagnazione secolare», per colpa di una crescita molto più lenta del passato

Brutte notizie per l’economia di tutto il mondo. Siamo infatti tutti a rischio di "stagnazione secolare", e occorre un mix di politiche economiche ben concertate per accelerare la crescita. Questo è quanto si legge oggi in una nota del Centro Studi di Confindustria, in un quadro generale di abbassamento delle stime di crescita per l'Eurozona da parte della Bce. A preoccupare molto, a livello globale, è anche la frenata dell’economia cinese.

Nella nota della Confindustria si legge che "la crescita mondiale è molto più lenta del passato e delle attese […] le previsioni correnti per il Pil globale sono +3,2% nel 2015 e +3,6% nel 2016, molto distanti dal +5,1% medio annuo pre-crisi e potrebbero rivelarsi ottimistiche". Le cause sono molte e diverse tra loro: rallentamento demografico, minori investimenti, debole dinamica della produttività. Indubbiamente servono politiche serie per rilanciare la domanda, favorire la spesa in ricerca e sviluppo, puntare sulle riforme.

Non ci sono, insomma, buone prospettive sulla crescita globale, tanto che "le previsioni di aumento del Pil globale sono state continuamente riviste al ribasso negli ultimi quattro anni”. Un rallentamento è generalizzato, ma più pesante nelle economie emergenti strutturalmente più dinamiche. Il tempo della crescita è finito, dunque, e sta arrivando una stagnazione permanente?

Aumentano, tra l’altro, i rischi al ribasso, derivanti da un rallentamento della Cina e degli altri maggiori paesi emergenti. A questo punto, non sorprende che alcuni economisti parlino di 'stagnazione secolare'. Salvarsi è possibile, certo, ma tutto dipende dagli interventi pubblici che verranno adottati per rilanciare la crescita. Bisogna, sempre secondo Confindustria, “sostenere la domanda, soprattutto di investimenti; stimolare l'attività di ricerca e sviluppo; procedere con le riforme strutturali; adottare una vera politica industriale coerente con la riscoperta del ruolo centrale del manifatturiero". L’analisi firmata da Matteo Pignatti per Confindustria è dunque impietosa, e non lascia ben sperare per il futuro.

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